Non capisco di cosa dovrebbero discutere le nostre fondazioni, da tutti scambiate per possibili correnti. Di massimi sistemi ne son rimasti pochi. Già li vedo i convegni sui sofismi della politica. Già li vedo, nella loro strumentalità strategica all’interno della imperitura logica di potere. Vedo gli oratori al microfono che parlano perché suocera intenda. Confesso, con tutta l’ingenuità di un politico neofita, che non ho capito (come credo tutti i militanti del Pd) l’enigmatica sortita del professor Parisi. Invece di spiegarci per quale ragione il governo di cui lui faceva parte è andato sotto zero nel gradimento degli italiani, ci viene a parlare di faccende incomprensibili, come se il fallimento suo e dei suoi colleghi di governo fosse colpa delle altrettanto incomprensibili (e presunte) devianze del Pd in rapporto ai sogni ulivisti. Dovrebbe invece ringraziare il nascente partito se comunque siamo rimasti in piedi, creando le premesse per non cadere più nella trappola del guazzabuglio delle alleanze che vanno dal ridicolo Diliberto (quello della salma di Lenin al Campidoglio) all’azzeccagarbugli Mastella. Al professor Parisi non mancheranno certamente le occasioni di spiegarsi bene, nei mille convegni che le proliferanti fondazioni vicine al Pd stanno già mettendo in piedi. Ma guarda caso, a capo di queste fondazioni non c’è nessuna faccia nuova. Se la politica, come sarebbe giusto, non fosse mai stata una professione, un impiego statale, questo sentimento di assenza, di perdita d’identità non ci sarebbe.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76574
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